Pastorale americana di Philip Roth
Al centro del libro una famiglia americana da manuale direi: il papà ex campione sportivo del college, la mamma reginetta di bellezza, il nonno ebreo immigrato che ha realizzato il suo "sogno americano" creando dal nulla più fabbriche di guanti e crescendo un figlio che prenderà il suo posto accrescendo ancora l'attività e un altro che diventa invece un neurochirurgo di successo.
Ma non tutto procede liscio nella bella casa di pietra che era il sogno dello Svedese, il protagonista campione sportivo così soprannominato quando al college mieteva i suoi successi sportivi... ad un cero punto l'amatissima figlia sedicenne, problematica e vittima di una fastidiosa balbuzie gli "porta la guerra in casa", letteralmente.
Un libro sul sogno americano? Perchè no! Un libro sui ricordi, sul ripercorrere la propria vita, ed esaminare le scelte fatte, le occasioni perdute, i momenti dolorosi che si vorrebbero cancellare o vivere diversamente? Sicuramente!
Un libro di un genitore che parla della figlia? Forse il tema centrale per chi lo legge come madre di adolescenti, con quel misto di dolore e disincanto che provano i genitori quando i figli fanno scelte che loro non condividono, con quella strana indecisione che si prova tra il contrastare le scelte che riteniamo sbagliate e il cercare comunque di rimanere dalla loro parte, per tenere vivo il dialogo. Lo Svedese e la moglie sono stati dei bravi genitori, ma hanno sbagliato tutto lo stesso, a cominciare dall'idea di sè che hanno dato alla figlia. Nel successo economico del padre la figlia non ha letto il coraggio e l'energia di una famiglia di immigrati ma una spietata adesione al capitalismo. Nella madre la figlia non ha visto altro che la bellezza, laddove la mamma aveva fatto la reginetta solo per aiutare economicamente la famiglia. Affetto, amore, presenza non bastano a comunicare!
Un bel libro, seppure di Roth preferisco La macchia umana. Un po' ripetitivo però... sino a diventare in certi momenti, soprattutto nelle ultime cento pagine, un po' troppo ripetitivo. Anche in La macchia umana c'erano delle ripetizioni, che penso facciano un po' parte dello stile di Roth, ma lì risultavano meno pesanti, come se fossero parte della struttura, un po' come un ritornello in una canzone.
Un libro sicuramente impegnativo, ma che vale la pena di leggere.







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